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Passi verso l'ignoto riassume la storia di cinquant'anni di alpinismo mondiale di cui Diemberger è stato uno dei protagonisti. Cercatore di cristalli a sedici anni, Diemberger ha sempre privilegiato gli ambienti incontaminati e le sfide estreme, sia sulle vette più alte del mondo sia nella foresta vergine amazzonica. Ma questo non è solo un libro sulla montagna; racconta delle popolazioni incontrate durante le spedizioni e dei compagni di avventura, fra i quali Hermann Buhl, con cui ha compiuto la prima ascensione al Broad Peak e al Dhaulagiri, e Julie Tullis, compagna di cordata e di ”regia“, scomparsa sul K2 nel 1986. Abbiamo intervistato l'autore.
D. Lei è considerato una ”leggenda“ dell'alpinismo, come ci ricorda anche Hans Kammerlander nella prefazione al libro e come le sue imprese ci testimoniano. In tanti anni e tante ascensioni ha visto cambiare sia le tecniche di arrampicata sia i materiali usati: ritiene sia cambiato anche lo spirito di chi si avvicina alla montagna?
R. Certamente lo spirito è meno romantico e più sportivo; normalmente vi è una riduzione del rischio verso un più sicuro godimento della montagna nel cosiddetto ”plaisir-climbing“. Nell'Himalaya, invece, molti sono pronti a rischiare molto di più rispetto ai vecchi tempi; forse contano sulle loro capacità e sull'attrezzatura migliore... mentre le grandi montagne sono ancora esseri non prevedibili verso cui occorre un grande rispetto! Nel mio libro ho cercato di trasmettere ai lettori questa considerazione.
D. Salire oltre la cosiddetta ”zona della morte“ richiede un'ottima preparazione psicofisica e una forte motivazione personale. Tuttavia molti vi accusano di sottovalutare i rischi all'inseguimento di un folle sogno. Qual è la sua idea in merito?
R. Nella ”zona della morte“ non si dovrebbe entrare senza aver fatto molta esperienza nelle zone più basse. Qualcuno pensa di poter saltare i gradini per un sogno che in alcuni casi è una follia. Anche qui vale il vecchio proverbio delle guide: ”Chi va piano va sano e va lontano...“. Certamente anche con la preparazione migliore c'è il destino che gioca la sua parte. Ma ”no venture - no win“ dice un altro proverbio: chi non si mette in gioco non arriverà a nulla - e si vive una volta sola! La montagna è bellissima e pericolosa: ognuno dovrebbe pensarci bene, sempre.
D. John Krakauer, in Aria sottile, ha denunciato la ”commercializzazione“ dell'Everest. Molti tuttavia sostengono che è questo il futuro dell'alpinismo: portare la gente comune sulle montagne più alte del mondo. Ritiene che Krakauer abbia enfatizzato la situazione? E cosa pensa lei degli alpinisti dilettanti che vogliono superare limiti spesso impossibili?
R. Io sono dell'opinione che le ”spedizioni commerciali“ dovrebbero portare le persone solo fino ai campi base oppure su cime facili, cosiddette ”da trekking“. Una forte selezione dei candidati per un'escursione, per esempio, a ottomila metri, ridurrebbe drasticamente il numero degli aderenti, e il costo dell'avventura risulterebbe di gran lunga sproporzionato. Ci sarà, forse, qualche eccezione, tuttavia per me questo non si può considerare vero alpinismo.
D. Julie Tullis ha scritto nel suo libro Clouds from Both Sides: ”Andare in montagna è per me la sfida di cui ho bisogno, sfida nei confronti di me stessa, non verso la montagna“. Condivide queste parole? È la ”sfida“ la forza che vi spinge verso le vette del mondo?
R. Sono certo che le parole di Julie esprimono le sue motivazioni. Sarebbe troppo lungo spiegare qui le sue ragioni: l'ho fatto nel capitolo ”I sogni rimangono in alto“. A volte, è vero, ciò che ci spinge è la sfida; in realtà io ho iniziato ad andare in montagna per cercare cristalli, la ragione principale per cui vado è la scoperta. Lo dice anche il titolo del mio libro, Passi verso l'ignoto...
D. 1956: Gran Zebrù (3859 m); 1957: Broad Peak (8047 m); 1960: Dhaulalgiri (8167 m); 1978: Everest (8848 m); 1986: K2 (8611 m)... Sono solo alcune delle tappe di un'arrampicata lunga una vita, la sua. C'è un filo che lega queste montagne fra loro?
R. Il filo sta nel fatto che vivo con le montagne, cerco di scoprire e di capire, perché anche loro hanno personalità diverse, come la gente che le abita. Una vita davvero non basta... e, per me, la vita è questa...
D. Se con una sola parola dovesse descrivere a un bambino che cosa ha trovato in cima a ogni montagna che ha scalato, quale termine userebbe?
R. Lassù una fata mi ha raccontato una bellissima storia e alla fine ha aggiunto: Non ti ho ancora detto tutto! Devi tornare da me...
D. Nel bellissimo lungometraggio che nel 1962 ha dedicato alla cresta del Peuterey, a un certo punto si sente la sua voce fuori campo che dice al suo compagno di rallentare, perché altrimenti la salita dura troppo poco. È una frase emblematica di un certo modo di vivere l'alpinismo, che ci sembra denotare una passione per la bellezza della montagna e dello sport agli antipodi della ricerca del record a tutti i costi che caratterizza certe imprese dei nostri giorni. Secondo lei come si è evoluto, da questo punto di vista, l'alpinismo negli ultimi decenni?
R. La frase del mio film sulla traversata della cresta di Peuterey al Monte Bianco - durata ben cinque giorni - dice: ”...non correre, Franz . O si consuma troppo presto...“. Quando la vita ci fa un grande regalo, è proprio questo il primo pensiero. Non capisco la corsa dei giorni nostri, così frequente in montagna, tanto da far perdere a molti l'essenza di questi posti. Allo stesso modo non capisco il semplice collezionismo di cime. Nel capitolo ”Il castello di Kafka“ parlo di chi è arrivato in vetta, ma non per questo conosce la montagna...
Intervista a cura di Veronica Viola
Settembre 2005
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