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serri.jpg «Nuovi» antifascisti o fascisti «redenti»?
Secondo Mirella Serri
autrice di I redenti. Gli intellettuali che vissero due volte. 1938-1498
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(In esclusiva per InfiniteStorie.it. La riproduzione in qualsiasi forma è vietata.)

Ricorda Mirella Serri in I redenti come nell'immediato dopoguerra Carlo Muscetta rammentasse che, per i suoi anni trascorsi in camicia nera, Velio Spano l'aveva ribattezzato fascista «redento». Aveva partecipato ai Littoriali, aveva collaborato a numerose riviste, tra cui ”Oggi“, ”La Ruota“ e ”Primato“, e, non ancora trentenne, era entrato nel pantheon dei più accreditati critici, saggisti e consulenti di case editrici. A definirlo fascista «redento» non era un nostalgico del ventennio bensì un personaggio di primo piano del Partito comunista italiano e della cospirazione antifascista.

Spano si era dedicato intensamente per anni al compito di mantener viva l'opposizione interna, con frequenti missioni di partito in Italia. Ben conoscendo la situazione della cospirazione nella penisola, alla fine del conflitto mondiale individuava in Muscetta un esponente di quella categoria di giovani studiosi, artisti, giornalisti e scrittori che, pur avendo trovato in seguito accoglienza nelle file dell'antifascismo e della Resistenza, era vissuta a lungo legata da una sottile ma pervicace trama di complicità con la dittatura e con i suoi rappresentanti. Secondo lui, per Muscetta e tanti altri si potrà parlare non di antifascismo coltivato negli anni neri ma di «fascismo rifiutato».

Muscetta non si riconosceva nell'etichetta di «redento», ricordando che a metà degli anni Trenta gli era stato fatto bere «un bicchiere di olio di ricino» per aver pronunciato «un discorso disfattista» al liceo di Molfetta. E, nonostante il suo inserimento nel mondo fascista, sosteneva di non avere mai dimenticato l'opposizione al regime, mantenendo contatti clandestini con comunisti e liberal-socialisti. Proprio su ”Primato“ si sarebbe esplicitato il suo contributo all'opposizione contro Mussolini.

A partire da questa chiave di lettura dei trascorsi in camicia nera degli intellettuali italiani, in epoca di guerra civile e nell'immediato dopoguerra una drammatica lacerazione segnerà la vita dell'antifascismo di sinistra. Deriverà proprio dalla valutazione dell'operato degli ultimi arrivati nelle file dell'antifascismo resistenziale data dagli antifascisti della vecchia guardia, che guardavano con scetticismo al recente passato dei «nuovi» o «redenti». Gran parte del nuovo antifascismo ne aveva sposato la causa soltanto dopo la caduta del regime. Le nuove leve dell'antifascismo erano rappresentate da scrittori, politici, economisti, giuristi, filosofi, artisti, storici della letteratura, giornalisti, uomini di spettacolo di grandi potenzialità culturali e politiche che, fin dagli anni della guerra civile, cominciavano a inserirsi con ruoli preminenti nella stampa, nel cinema, nella giustizia, nell'economia, nell'arte della nuova Italia. I politici e gli intellettuali che invece si erano ritrovati a condurre la lotta clandestina, a sopportare le vicissitudini dell'emigrazione, oppure che erano stati esuli in patria e appartati dalla vita pubblica negli anni neri, guardavano con sospetto a questa attiva intellighenzia di recente conio antifascista che aveva partecipato ai Littoriali, lavorato per enti e strutture di regime, preso finanziamenti da Mussolini per il cinema, scritto sui giornali della dittatura.

Da parte di azionisti, democristiani e consistenti settori della vecchia guardia comunista quindi si chiedeva nel dopoguerra una quarantena, una pausa di sospensione e di ”rieducazione“ prima che gli antifascisti di più recente adesione entrassero nella dirigenza del paese che cercava di disegnare il proprio futuro.

Gli intellettuali italiani operanti in Italia nella seconda metà degli anni Trenta - la guerra di Spagna e le leggi razziali venivano indicate da chi puntava il dito accusatorio come i termini ultimi da cui sarebbe dovuta iniziare la presa di coscienza antifascista -, negli anni in cui si svolse con più accanimento il dibattito sulla rieducazione, tra il 1944 e il 1946, percepirono la propria vita drammaticamente divisa in due parti e lacerata. Avevano vissuto una prima vita «non autentica» e una seconda vita «autentica», immagine che accompagnerà negli anni Norberto Bobbio: «Fra il settembre 1943 e l'aprile del 1945 sono nato a una nuova esistenza, completamente diversa dalla precedente, che io considero come una pura e semplice anticipazione della vita autentica nata con la Resistenza». «Dopo non siamo più stati come eravamo prima. La nostra vita è stata divisa in due parti», ribadirà poi nell'Autobiografia. Una prima parte che però fu da molti rimossa e censurata proprio a seguito del dibattito sulla ”quarantena“ mentre in contemporanea per anni venivano anche rimosse e censurate le leggi razziali e il contributo dato al battage antisemita dalla stampa italiana.

I redenti utilizza inediti documenti d'archivio, scritti e discussioni apparsi su riviste e giornali degli anni Quaranta - come ”Roma fascista“, ”Il ventuno“, ”Domani“, ”Tevere“, ”Quadrivio“, ”Le conquiste dell'impero“, ”Nuovo Occidente“, ”Gioventù italica“, ”La Ruota“ -, e analizza alcune istituzioni di regime, come i Littoriali. Si occupa di risistemare i tasselli di un tratto di storia fino a oggi mai interamente ricostruito: vale a dire di quel segmento che va dall'emanazione delle leggi razziali, in cui emerse l'ultima ondata di intellettuali formati dal regime e in cui la pressione e le richieste della dittatura nei confronti dell'intellighenzia si fecero più forti e pervicaci, alla caduta del fascismo. Anni in cui, però, sembra anche cominciare a spirare il vento della critica al totalitarismo.

La ricerca di Mirella Serri arriva fino in epoca di guerra civile e al primo dopoguerra, focalizzando così l'analisi di circa un decennio: dal 1939-40, quando il regime, con l'inizio del conflitto mondiale, rielabora e potenzia il ruolo degli intellettuali nella prospettiva della formazione di un'agguerrita leadership che, al termine di una guerra vittoriosa, possa avere un ruolo dirigente, al 1946-47, quando si conclude la storia degli intellettuali che vissero due volte e progressivamente sparisce il ricordo della 'doppia vita', le differenze tra «dissimulatori» e «redenti», e ogni memoria delle differenti interpretazioni del passato da parte di vecchio e nuovo antifascismo. Si ricostruiscono così segmenti della biografia dei molti intellettuali italiani - come Argan, Della Volpe, Lizzani, Muscetta, Alicata, Guttuso, Carlo Morandi, Giaime Pintor, Sylos Labini, Rossellini - che non furono «dissimulatori onesti», vale a dire accorti antifascisti raccolti attorno a presunte riviste di fronda, come ”Primato“ di Bottai, e neppure «voltagabbana», bensì uomini che «vissero due volte» e che rappresentano il doloroso quanto repentino processo di maturazione di un'Italia democratica e antifascista all'interno di un regime totalitario messo in crisi dalla guerra mondiale. Senza nulla togliere, ma anzi valorizzando, la storia di tutti quei personaggi - da Vittorio Foa a Giorgio Amendola ai fratelli Pajetta a Leone Ginzburg molti altri - che testimoniarono durante tutto il Ventennio la possibilità di un attivo antifascismo.

Settembre 2005