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Un danese convertito all'Islam attraversa nel 1930 il Nord Africa scoprendo il vero volto del colonialismo italiano. Pubblicato per la prima volta nel 1931, il libro descrive il viaggio compiuto dall'autore dal Marocco al confine egiziano attraverso il deserto. Nessun bianco aveva mai compiuto una simile impresa e nessuno aveva saputo descrivere la mentalità e le tradizioni musulmane. Il libro è anche un atto di accusa contro le sofferenze imposte a quelle popolazioni dalle ”civilizzate“ nazioni europee, tra cui le atrocità perpetrate dall'Italia fascista in Libia. Abbiamo parlato brevemente con Alessandro Spina, che ne ha scritto la Postfazione.
D. Lei scrive : ”Lasciamo andare i gazzettieri, i viaggiatori, i letterati eccetera. Una curiosità della letteratura coloniale è che i libri migliori li hanno scritti i militari“. Lei ha studiato l'autore, scrittore, viaggiatore, esploratore. Che tipo di personaggio era Knud Holmboe? Un danese come Isaak Dinesen, vale a dire Karen Blixen, altra celebre viaggiatrice che come lui fece propria l'antica leggenda dell'Africa: ”Chi ha sentito una volta il suolo d'Africa sotto i piedi, sarà sempre costretto a farvi ritorno“.
R. Si sa molto poco di lui. Tra l'altro è morto giovanissimo, e anche la sua morte è misteriosa. A 29 anni, nel 1931, poco dopo la pubblicazione di questo libro, ripartì per un nuovo viaggio dal quale non avrebbe fatto ritorno (forse ucciso da briganti, forse da un complotto). Fu visto per l'ultima volta col suo cammello ad Aqaba, sulle rive del Mar Rosso, la città che durante il primo conflitto mondiale vide una delle più grandi imprese di Lawrence d'Arabia, cui per certi aspetti la sua figura si avvicina. Amante del rischio, Holmboe era animato da un forte senso di giustizia ed era curioso della vita e del mondo.
D. Si può definirlo un difensore ante litteram della cultura ”multietnica“?
R. Sì, benché la definizione sia impropria, essendo l'espressione ”multietnica“ nata in tempi relativamente recenti. Allora, al tempo del colonialismo, non si usava. Holmboe aveva gli occhi aperti e seppe vedere con straordinaria lucidità la reale situazione tragica di quei paesi. Non a caso si era convertito dal Cristianesimo all'Islamismo. C'è un aneddoto interessante; qualcuno gli chiese: ”La Danimarca è un paese islamico?“ e lui rispose : ”No, sono l'unico musulmano“. Holmboe fece ciò che Hofmannsthal disse così bene : ”Il giungere a se stessi“: così si compiva il suo destino. Anche in quel suo andare sereno incontro alla morte.
D. Questo suo reportage di viaggio ha un alto valore letterario. A quali modelli si può accostare?
R. Senza risalire alla gloriosa tradizione di Erodoto che parla della Libia, potrei citare Chateaubriand e il suo libro di viaggio da Parigi a Gerusalemme. Del libro di Holmboe si può dire che non si tratta solo di bellezza narrativa, ma di molto di più. Il tutto si spiega meglio con una frase di Racine nella Fedra: ”Il cielo non è più puro del fondo della mia anima“.
D. Lei ha parlato infatti di ”purezza di cuore essenziale“, di ”purezza di sguardo, di pensiero, di pietà“. Da che cosa gli derivava questa purezza?
R. È un mistero, nel quale si compone un po' tutto: la sua natura, le sventure, le gioie che attraversarono la sua breve esistenza. Ebbe delle intuizioni formidabili. Io non conosco altri che abbiano percorso e analizzato quella tragedia africana, abbiano visto il ”male“ con quello sguardo, senza mai fare polemiche, senza mai condannare. Holmboe rifiutò presto la stabilità di una vita borghese in favore di un nomadismo intellettuale ed esistenziale. Vagabondò esplorando il mondo (dapprima la Norvegia del Nord, poi il Marocco, e poi ancora la Turchia, l'Irak, la Persia, i Balcani), spinto dalla sua sete di viaggiare e da ambizioni letterarie. Tra l'altro, nel suo libro, le citazioni dei luoghi e delle persone sono di un'esattezza e documentazione sorprendenti. Nulla è affidato alla improvvisazione. Dopo un anno trascorso a meditare in un monastero francese, si mise a studiare l'arabo, per meglio comprendere gli usi e i costumi di quelle popolazioni, e si convertì, tentando anche il rituale pellegrinaggio alla Mecca. I giornali dell'epoca, sul tema del colonialismo italiano fanno spavento. Come anche lo studioso Garin ha sottolineato, con la guerra di Libia del 1911 si annunciava il fascismo del '22. Era una prova generale, connotata da stupidità, arroganza, retorica. Pascoli mette i brividi con la sua esaltazione dei cannoni, per non parlare dei versi fanatici di D'Annunzio. Forse solo Carducci, che già non c'era più, avrebbe probabilmente visto diversamente le cose, lui che, ai tempi di Crispi, si chiedeva dov'erano finiti gli ideali del Risorgimento, calpestati da mire colonialistiche. Holmboe seppe vedere le atrocità senza nessuna idealizzazione.
Intervista a cura di Giulia Cini
settembre 2005
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