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Acque basse - romanzo che la bandella definisce ”noir esistenziale“ - è la terza tappa di un itinerario letterario e artistico che ha portato Angelo Cannavacciuolo a esplorare in ordine progressivo le regioni del cuore con Guardiani delle nuvole, quelle della coscienza con Il soffio delle fate, e infine i labirinti della mente. Ne abbiamo parlato con l'autore.
D. Perché il sopra citato percorso, e quale altra meta si prefigge Angelo Cannavacciuolo?
R. Queste regioni credo formino proprio il territorio di uno scrittore, e vanno esplorate una dopo l'altra con la consapevolezza di non dover mai scrivere lo stesso libro. La mia ambizione è quella di racchiuderle tutte in un unico romanzo, ed è proprio ciò che sto tentando di fare con il prossimo lavoro.
D. Il titolo del romanzo, Acque basse rievoca atmosfere stagnanti e paludose o meglio ancora un senso di disfacimento e di sporcizia. È un'impressione che risponde al vero?
R. Sì, risponde al vero. Anche se il titolo stesso non prelude solo ad acque limacciose ed atmosfere stagnanti, ma evidenzia la bancarotta degli ideali e la crisi dei valori di una società impantanata nelle sue stesse miserie materiali e morali. Le miserie di una città come Napoli. Questo romanzo lo considero prima di tutto un tentativo di raccontare la mia città. Una città tanto narrata eppure così difficile da narrare, legata a luoghi comuni, stereotipi e immagini oleografiche, una città ancorata da sempre ai suoi paradossi e alle sue contrad¬dizioni, che per la sua particolarità rappresenta un terreno fertile nei vasti campi della narrazione. Troppi colori, pochi colori, colta e incolta, sacra e profana, dolce e violenta, legata alla tradizione ma con lo sguardo fisso sulla modernità. Una città da sempre in lotta con il proprio malcontento e la propria esuberanza, una città attanagliata dai tentacoli di un ma¬laffare secolare. Sempre sulla bocca di tutti. Come raccontarla dunque? La formula migliore mi è sembrata proprio la fusione tra il reale e la finzione, producendo il verosimile, il paradosso, attività questa molto in voga all'ombra del Vesuvio, e che sembra essere la sua vera attitudine.
D. Può essere considerato un noir o un hard boiled? E in caso affermativo a quali modelli, narrativi o cinematografici, si ispira?
R. Devo dire che la definizione ”noir esistenziale“ non mi dispiace, anche se il termine ”genere“ può dar luogo a fraintendimenti. Credo si tratti di letteratura sotto le spoglie del genere. E poi chi dice che il romanzo di genere non sia letteratura? Nel mio caso, però, il suo utilizzo è funzionale a quel progetto sulle contrapposizioni di cui è permeato il romanzo. Un genere che ho contaminato e corrotto, tradendo deliberatamente alcune sue regole, solo perché esso è un pretesto, quindi. Insomma un gioco, una provocazione, un divertissement letterario, pur tuttavia rispettando i codici, attentamente studiati, che sono propri del genere. Il luogo - una città chiacchierata -, l'ambiente - camere d'albergo, pericolosi bar e night-club -, il buio - nel noir non c'è altro modo di disegnare la luce se non usando il buio, assoluto e profondo ¬-, sintomi comuni - caldo soffocante, dettagli d'orologi, specchi, voce fuori campo che snocciola con freddo stupore la propria angoscia -, tempo - assenza totale di tempo lineare: flashback, dissolvenze, ricorrenze enigmatiche e circolari. Un gioco che mi ha condotto al cinema. Quindi più che al genere letterario, ho attinto al genere cinematografico americano, che è assurto ad archetipo nella fantasia popolare. Ma il gioco si spinge anche oltre. Non un solo genere, ma più di uno. Via via che la storia si snoda i personaggi attraversano e si adattano alle vicende richiamando alla mente, il noir come nel racconto chandleriano di Marlowe, le tinte fosche di L.A. Confidential, l'hard boiled di Brivido Caldo di Kasdan, ma anche il grottesco-gangsteristico del Grande Lebowski dei fratelli Coen, e a tratti il pulp di Tarantino con Le Jene e Jacky Brown.
D. L'ambientazione è tra le novità più interessanti del libro. Dopo la trasferta in Bosnia, dove si svolge la vicenda del suo secondo romanzo, Il soffio delle fate, in Acque basse lei torna a casa ma sceglie luoghi periferici e meno frequentati da scrittori e narratori, come i Campi Flegrei. Qual è il motivo di questa scelta?
R. La struttura narrativa si base anche su l'idea dell'esilio, non tanto intesa come distanza, ma come condizione dell'anima. Un esilio, tuttavia, non completato, poiché la memoria, dietro l'angolo, è pronto a braccarlo. Avevo bisogno per il protagonista di creare un luogo che fosse lontano ma vicino al tempo stesso, che gli permettesse agevolmente quel ritorno consentito a chiunque sia fuggito. E i Campi Flegrei mi sembravano un topos ideale, non molto raccontato ma pregno di suggestioni e magie, ricco di storia, un luogo estraniante sul mare.
D. Tra i motivi del romanzo c'è anche il silenzio, incarnato da alcuni personaggi affetti da mutismo. Che valenza simbolica ha tale scelta?
R. Si dice, forse anche a ragione, che Napoli sia una terra pervasa da quel rumore di fondo che impedisce la riflessione, rumore che assurge quasi a cifra identificativa. Questo è un altro di quei paradossi che vive Napoli. A fare da contraltare a questi rumori esistono altrettante isole di silenzio, quasi sconosciute, che contribuiscono a irrorare di linfa i gangli vitale della città. D'altronde c'è una stretta correlazione tra la luce e il silenzio. La luce, per sé, è fatta di silenzio, e Napoli è permeata di luce. Per questo ho tentato di impregnare la storia di silenzio.
D. Nel libro c'è anche un ricordo struggente di Giancarlo Siani, vittima della camorra, e di cui a Settembre ricorre il ventennale della morte. In questo modo la cronaca — e perché no la storia — si mescola alla fiction.
R. Quando si parla di Napoli e del malaffare che la stritola, non si può fare a meno di rievocare la dolorosa vicenda di Giancarlo Siani, che nel romanzo ha un altro nome, un po' per tenero pudore, ma sicuramente per trasportarlo dalle pagine della cronaca a quelle della letteratura che rende immortali per l'agire che ha sull'immaginifico. La parabola di Siani disegna perfettamente le logiche e le dinamiche delle acque basse nelle quali Napoli è stata, e continua a rimanere, impantanata. Il romanzo, d'altronde, è dedicato proprio a lui.
D. Accanto a questa dimensione storica e a quella più specificamente narrativa c'è anche un terzo livello di lettura più squisitamente letteraria, rappresentato dal Don Chisciotte, che apre continue interferenze e una pluralità di interpretazioni
R. Credo, in effetti, che per afferrare meglio gli aspetti della realtà sia utile fare ricorso all'immaginazione, e sotto quest'aspetto il romanzo di Cervantes, oltre che a dettare la giusta scansione al racconto, sia servito a ridisegnare le giuste linee del protagonista e le modalità con cui si rapporta alla quotidianità. Il suo utilizzo rientra nel progetto che avevo di una commistione tra la realtà e l'immaginario, che produce il verosimile, il paradosso. E chi meglio dell'eroe della Mancha raffigura l'immaginario?
Agosto 2005
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