|
Carla Perrotti, la ”Signora dei Deserti“ torna ai suoi lettori a sette anni dall'uscita del fortunatissimo Deserti. Il nuovo libro, Silenzi di sabbia, racconta due imprese straordinarie: l'attraversamento a piedi, nell'ottobre-novembre 1998, del deserto del Taklimakan e quello, nel settembre-ottobre 2003, del Simpson Desert. Il deserto del Taklimakan, chiuso fra le montagne hymalaiane e centro asiatiche è il secondo deserto al mondo dopo il Sahara per superficie inabitabile: non a caso il suo nome vuole dire ”deserto della morte irrevocabile“. Carla Perrotti l'ha attraversato da sud a nord per 550 chilometri, di cui 400 mai toccati da orma umana, in 24 giorni di solitudine assoluta. Nell'australiano Simpson Desert, invece, ha percorso 430 chilometri in 24 giorni ”accompagnata“ nel suo viaggio da dingo, falchi ed emù. Come sempre Carla Perrotti sceglie di compiere le sue imprese in totale autosufficienza e senza accompagnamento e non è mai il ”record“ ciò che più l'attrae, ma un insieme, che per il lettore risulta di grande fascino, di volontà di verificare il comportamento del corpo e della psiche umani in condizioni limite, di capacità di stupirsi ancora e sempre per gli spettacoli più grandiosi della natura, e di aspirazione alla solitudine come condizione essenziale per arrivare alla comprensione di se stessa. Abbiamo intervistato l'autrice.
D. Cosa la spinge ad affrontare i deserti in solitaria?
R. Quando ho iniziato nel 1991 è stata la curiosità a spingermi verso un ambiente tanto lontano dalla nostra cultura e diverso da tutti gli altri incontrati fino ad allora. Poi mano a mano che passava il tempo, nel corso degli anni è maturato sempre di più il desiderio di guardarmi dentro, di scoprire cosa il mio fisico ma soprattutto la mia mente riescono ad esprimere in condizioni così estreme, quando puoi contare solo sulle tue risorse per riuscire a sopravvivere e ad andare avanti. Ogni deserto mi ha insegnato qualcosa di nuovo e il gioco si faceva sempre più affascinante anche se il rischio di superare i limiti è sempre stato il grande pericolo di ciascuna impresa. È una barriera invisibile che fino ad ora sono sempre riuscita a spostare avanti, ma so che esiste e che non va sottovalutata, anche se sono convinta che in realtà siamo noi stessi a porre un limite alle nostre capacità. Nei deserti ho capito che le capacità umane sono quasi infinite: sta a noi riuscire a rendercene conto, ascoltando i segnali che il nostro corpo ci manda regolarmente e imparando a conoscersi nel profondo dell'anima. Il silenzio e la solitudine sono i miei più fedeli compagni di viaggio e grazie a loro riesco ad arrivare a scoprire emozioni e risorse inimmaginabili.
D. Cosa rappresenta per lei il deserto?
R. È un grande amore e lo considero un'entità dotata di vita propria. Durante le lunghe ore di cammino ho imparato a parlare con il deserto, a raccontargli emozioni e debolezze, ad ascoltarne la voce e alla fine lo ringrazio sempre per avermi aiutata ad attraversarlo. Sono convinta che se non provassi simili sentimenti nei suoi confronti, sarebbe impossibile andare avanti e superare i terribili momenti di fatica e sofferenza che ogni traversata richiede. Le mie imprese non sono sfide: ho capito che solo l'equilibrio con me stessa e con l'ambiente che mi circonda possono aiutarmi ad arrivare dall'altra parte. La sfida è solo verso me stessa.
D. Secondo lei, le donne viaggiano in maniera diversa dagli uomini?
R. Credo di si. Le grandi viaggiatrici del secolo scorso hanno avuto nei confronti dei luoghi nei quali si muovevano un atteggiamento di rispetto superiore a quello degli uomini. Anche l'incontro con le popolazioni che hanno incontrato era caratterizzato da un'attenzione particolare verso le abitudini e la mentalità di persone tanto diverse. Gli uomini amano imporsi con la forza e la conquista è da sempre il loro obiettivo. Una donna invece è più sensibile al rapporto umano: anche nelle mie esplorazioni ho sempre cercato di entrare in sintonia con le popolazioni che abitano nei deserti e di farmi accettare rispettando le loro regole. Il rispetto verso la natura e nei confronti degli altri esseri umani è il segreto per superare ogni ostacolo, sia nei deserti che nella vita di tutti i giorni.
D. Qual è il suo rapporto con la scrittura? In quale parte del giorno scrive? Tiene un diario di viaggio?
R. Lo scrivere è un'esperienza forte che mi coinvolge completamente. Durante la stesura del libro è come se rifacessi il viaggio per la seconda volta: ogni istante di fatica, di paura, si sofferenza, ogni emozione vengono vissute con la stessa intensità che provo durante l'impresa e alla fine di una giornata passata a scrivere sono spossata come se avessi camminato tutto il giorno nel deserto. Non ci sono ore scelte a priori da dedicare alla scrittura: quando decido di mettermi al lavoro dimentico ritmi e tempi quotidiani e vado avanti fino a quando è il fisico ad avvertirmi che è ora di smettere: i miei tempi diventano quelli del deserto. Tengo sempre un diario durante le imprese, è un modo per scaricare la tensione accumulata durante il giorno e quando scrivo mi è utile per verificare tempi e situazioni anche se potrei quasi farne a meno: ogni istante della traversata è archiviato in memoria, pronto a riemergere quando lo desidero.
D. Leggendo i suoi libri si ha la sensazione di vivere le esperienze e le emozioni che racconta e di trovarsi nei luoghi che descrive, il suo libro precedente, infatti, è stato fonte di ispirazione per altre imprese. Anche questa è una motivazione che la spinge a scrivere?
R. Come affermo da sempre, è bello compiere delle imprese ma è altrettanto bello poterle raccontare e fare partecipi gli altri delle mie esperienze. Non è tanto importante immaginare quale sarà la destinazione dei miei libri, ma piuttosto il sapere che in qualche modo sono utili e possono aiutare altre persone che non hanno ancora avuto la possibilità di realizzare i propri desideri ed incoraggiarli a dar forma alle loro speranze. Ogni riconoscimento positivo che ricevo, mi stimola ad andare avanti: per sognare ma soprattutto per fare sognare.
D. Ha già in mente di compiere altre imprese? Se sì, sarà sempre un deserto?
R. È importante per l'essere umano avere sempre dei nuovi progetti, anche se non sempre si riesce a realizzarli. La prossima impresa questa volta sarà in fondo al mare: per un mese vorrei viverci da sola, in una struttura creata appositamente, per capire se la mente umana è in grado di adattarsi a condizioni di vita così particolari. È senza dubbio un'impresa dalle valenze diverse rispetto a quelle nei deserti, ma viaggiare all'interno della nostra psiche è estremamente affascinante e il risultato della ricerca scientifica potrebbe essere molto utile per comprendere le incredibili potenzialità che abbiamo a disposizione.
Luglio 2005
|