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Vediamo cosa è successo a questo nostro Melik che inizia a scrivere un resoconto dei fatti, dato che sta perdendo le parole che vuole scrivere proprio mentre le vuole scrivere, e che vuole dire proprio mentre le vuole dire. È morto suo padre. Questo padre non stava più in Italia, ma in Israele. Era nato in Ungheria e si chiamava Ruah, che vuol dire vento, o spirito. Immerso nello strazio, Melik si è messo in viaggio per l'Ungheria, voleva andare a trovare suo zio e sapere la vera storia della famiglia. E gli è successo un cataclisma. Che poi lui, lo zio, sarebbe Lo zio Coso, uno di quei nomi che il nostro non ricorda, così come altre parole che ora sostituisce con ”coso“, ”cosare“ e altre serpentine. Per esempio se la parola è treno, rimedia con ”tu tuu“, e se è Hitler, con ”Quello coi Baffi“. Sono parole che lui sta perdendo da quando ha fatto questo viaggio e gli è stato raccontata questa cosa particolare che poi la Seconda guerra mondiale non c'è stata. È sempre in questo viaggio, alla fine di una serie di racconti astorici e di illuminazioni sulla Verità che non avrebbe mai immaginato di ascoltare, e che non è sicuro di avere davvero ascoltato, che il nostro ha preso una bastonata in testa ed è finito nudo per un mese ai piedi di una scarpata ferroviaria - senza memoria, senza vestiti, credendo di essere un albero, dato che di fronte a lui vi erano alberi. Adesso, è qui con noi che cerca di scrivere tutto questo, mentre le parole vanno e cosano.
Melik dunque sale su questo treno per l'Ungheria in partenza da un'ancestrale stazione di Firenze e inizia una specie di viaggio più interiore che terrestre; una calata in un averno di plastica; un teatrale mondo parallelo dove si è svolta la Storia senza Storia. L'Astoria. A bordo del tu tuu, Melik viene trascinato nelle profondità stordenti del nulla dai racconti astorici di un veterinario nazista, il dottor Oscar, il personaggio umbratile seduto di fronte a lui, nella direzione contraria al senso di marcia. Sembrerebbe essere lui, questo pipistrello ferroviario, l'autore di quest'affabulazione al contrario - uno storico-veterinario, incarnazione di tutte le paure ebraiche. Intanto Melik, come con un'altra voce del libro, malinconica e appassionata, e dunque con un'altra scrittura, ripesca dentro di sé i ricordi realistici, ma non si sa se reali, della trascorsa vita familiare. Le picaresche e insieme ammutolite vicende di guerra e di vita, le tarasconate ebraiche che gli raccontò lo zio Coso; e accanto a queste, le dolenti e credibili avventure di suo padre Ruah. Come una luce nel buio, emerge la dirompente vita del misterioso e dolce Coso. Ci sono le sere della pasqua ebraica, alla tavola nella casa fiorentina, dove Coso scherzava invece di piangere e taceva invece di dire la verità; sere dove lo zio si faceva amare con quei suoi racconti incompleti o mitologici, gli scherzi ai nazisti, la lenta e comoda fuga verso Israele, attraverso le piccole stazioni ferroviarie dei Balcani; il suo rapporto con gli uffici postali dello stato d'Israele. A questi quadri inverosimili, possiamo accostare quello che Melik ritiene di avere congruamente visto di Coso, nel suo kibbuz. Ad esempio, la balorda collezione di quadri, ma diciamo pure croste: i nudi femminili a olio che coprivano le pareti della sua baracca. O certe altre volte nell'infanzia, quando lo zio Coso gli diceva qualcosa e questo qualcosa rimaneva in lui. Come quella sua teoria sulla scomparsa delle parole, che avviene ogni giorno in tutte le lingue del mondo. Ed è per questo che molti tacciono.
Corre il treno, corre il romanzo, e Melik perde parole. Perde treno, perde zio, perde Ungheria e guerra diventa spatazum. Perde la nozione stessa dei suoi familiari. C'è che secondo le rivelazioni del dottor Oscar, il fratello, la sorella e naturalmente i genitori del nostro, tutti costoro sarebbero un gruppo di attori girovaghi, pagati dal controspionaggio israeliano fin dall'inizio della sua vita, per ammaestrarlo a essere sionista. Da questo momento, sommerso dalla sconvolgente alluvione della fantasia perniciosa e omicida del dottor Oscar, Melik si trova a dibattersi tra i flutti delle date, dei volti, dei dittatori. Apprendiamo allora che il bombardamento di Londra fu un concerto di musica aerea, le vittime comparse, e i crateri delle esplosioni, disegni ripassati a china.
Forse il libro Lo zio Coso è questo fatto che l'uomo non sopporta il peso crudo degli avvenimenti, e così subentra l'oblio. Ma qui l'oblio assume le forme di una febbre tifoidea, un bacillo ebraico che con sé porta il delirio. Al centro di questa affabulazione non c'è più posto per nessuna ideologia a favore o contro, le ideologie hanno fallito e mostrano il loro profilo grottesco. Qui c'è una persona da sola, il nostro Melik, a fronteggiare l'immensità misteriosa e mobile della memoria, al centro della quale vi è un imbuto, una voragine che chiama tutto a sé.
Viene dunque questo mostro che è l'oblio, il macellaio nelle nostre notti. Sale sui nostri treni e ci avvolge con una nuvola. Si avvicina al tavolo della nostra vita come un orrido cameriere, a presentarci il conto della morte di un padre e degli ultimi testimoni dell'Annientamento, in procinto di scomparire. Viene questo deferente cameriere della negazione e ingoia tutto quello che ci lega al passato, ai padri, ai fratelli, agli amici; a quello che ancora avevamo di loro - racconti di paura, di solitudine, di fughe, di nascondigli. Di qualche insensato e magnifico coraggio. Tutto questo, come usa esprimersi lo storico veterinario, ”a dire la verità non c'è mai stato“. E noi, a un tratto, siamo rapinati di tutto. Dato che la memoria è esattamente come il mare, magnifica e nera, pacifica e ingannatrice, limpida e insondabile. Torbida e senza fine. Con quali calme e con quali pericoli. Ed eccoci avviluppati dal racconto del veterinario, questo oracolo alla rovescia, che al contrario di quanto accade nella tradizione ebraica dei profeti - dove gli anavim sono tali perché dicono la scomoda verità e allora vengono ammazzati - dice comode menzogne e uccide l'anima del mondo. Allora Melik apprende come sia iniziato il niente di quello che credeva fosse il fratello di suo padre. Vedete, lo zio Coso era un barbone, un senza niente di non si sa dove. Il suo cadavere fu riesumato in Australia da un rabbino e riportato in vita, gonfiandolo con la pompa di una bicicletta.
Di colpo il romanzo ci fa poveri. Lettori miserabili, in una vita provvisoria. Se dunque i racconti dei nostri padri non hanno un riscontro nella Storia e nei giorni, se non vi furono davvero morti, battaglie, separazioni, fughe, prigionie; se nemmeno le docce venefiche e la cenere, se persino l'Annientamento non c'è stato - la Storia è finita. Parrebbe esistere come unica eredità universale, di tutti, il solo oblio. Cioè, niente.
Invece Melik ha un grande segreto, un tesoro che tiene dentro di sé, uno scrigno che scoperchia solo alla fine e che, contro tutto, svela l'arte magnifica della speranza.
Alessandro Schwed
luglio 2005
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