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«Oggi 5 maggio, alle ore 16, alla testa delle truppe vittoriose, sono entrato in Addis Abeba.» Con queste parole il Maresciallo Pietro Badoglio telegrafava a Mussolini la fine ufficiale delle ostilità in Etiopia. Ma la guerra era tutt'altro che finita. Meno di un quarto del territorio etiopico era stato occupato. Almeno centomila soldati dell'esercito di Hailé Selassié restavano in armi. Da quel giorno cominciò una guerra segreta, senza comunicati, nascosta dalla censura, nel corso della quale restarono uccisi dieci volte più soldati che nella guerra ufficiale. Angelo Del Boca in La guerra di Etiopia ricostruisce in modo dettagliato le varie fasi della campagna d'Etiopia, che fu il preludio alla pomposa proclamazione dell'Impero. Qui racconta ai lettori di infinitestorie.it i giorni in cui nacque il fragile impero fascista.
La guerra d'Etiopia del 1935-36, indicata come la guerra dei sette mesi, è soprattutto ricordata per tre motivi: perché fu una vile aggressione ad un Paese libero e sovrano; per la rapidità e la violenza con la quale le armate italiane distrussero letteralmente gli eserciti abissini; infine per il largo sostegno offerto a Mussolini e al fascismo reso ancora più forte con la proclamazione dell'impero.
Analizziamo queste tre cause. Mussolini aggredì l'Etiopia di Hailè Selassiè senza alcuna ragione plausibile, senza neppure, more nipponico, dichiarare la guerra. In effetti, non c'era alcuna grave controversia fra i due paesi che non si potesse conciliare. C'erano soltanto la volontà di Mussolini di allargare i confini dei possedimenti africani e il piacere di conseguire una netta rivincita per la sconfitta di Adua.
Proprio perché Mussolini intendeva dare a questa rivincita un esito sicuro e plateale, egli fornì i suoi eserciti delle armi più potenti e persino di quelle proibite, come i gas letali. Ecco alcune cifre dello sforzo militare fascista: 17.959 ufficiali, oltre 500 mila soldati, 1.542 cannoni, 498 carri armati, 500 aeroplani di ogni tipo, 18.932 automezzi, 14.570 mitragliatrici, 6.170 quintali di aggressivi chimici. Con questo straordinario arsenale, mai visto in Africa, i generali Pietro Badoglio e Rodolfo Graziani non ebbero alcuna difficoltà a fare a pezzi, in poche battaglie, l'esercito del Negus.
La campagna d'Etiopia era stata preparata dal fascismo con tutti i mezzi della propaganda a sua disposizione, e il succedersi delle vittorie, una più clamorosa dell'altra, non poteva non stringere il popolo italiano attorno al suo duce, che era in realtà il vero regista della più grande guerra coloniale di tutti i tempi. Questo consenso si fece ancora più globale durante le giornate del "maggio radioso" quando Mussolini annunciò a 40 milioni di italiani che anche l'Italia aveva il suo impero. Come è noto, il sogno imperiale fascista non durò che cinque anni. Tutto finì nel 1941 quando gli eserciti inglesi, affiancati dai partigiani etiopici, strinsero d'assedio l'impero dell'Africa Italiana e in pochi mesi l'occuparono.
In La guerra di Etiopia ho voluto ricostruire in modo dettagliato la storia di questi anni, durante i quali gli italiani passarono dal tripudio alla delusione e all'amarezza. Lo storico del colonialismo traccia anche un bilancio delle enormi sofferenze procurate al popolo etiopico, che si possono quantificare in 300 mila morti, migliaia di deportati, 21 patrioti condannati a morte dalle Corti marziali, 2 mila chiese bruciate, 525 mila case e capanne distrutte. Nessuno fra i responsabili di queste stragi fu processato e punito.
Angelo Del Boca
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