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Il gusto proibito dello zenzero, romanzo d'esordio di Jamie Ford, celebra la forza dell'amore in contrapposizione all'egoismo e alla meschinità dei pregiudizi razziali. A Seattle, nella cantina dell'hotel Panama, il tempo si è fermato, non sembrano passati quarant'anni. A Henry Lee basta vedere quell'ombrellino di bambù aperto, per ritrovarsi di nuovo nei primi anni Quaranta. Henry, giovane cinese, è soltanto un ragazzino, ma conosce già bene l'odio e la violenza di un'America in guerra e attraversata da un razzismo strisciante. A scuola i pochi momenti tranquilli sono quelli in cui viene semplicemente ignorato. Ma un giorno Henry incontra due occhi simili ai suoi, gli occhi di Keiko, ragazza giapponese dall'aria timida e smarrita, che come lui ha conosciuto il peso di avere una pelle diversa. Inizia una tenera amicizia che giorno dopo giorno, si trasforma in qualcosa di molto più profondo. Un amore impossibile. Perché l'ordine del governo è chiaro: tutti i giapponesi dovranno essere internati e per tutti è assolutamente vietato avere rapporti con loro. Eppure i due ragazzini sono disposti a tutto, anche a sfidare i pregiudizi e le dure leggi del conflitto. E, adesso, quarant'anni dopo, quell'ombrellino custodisce ancora una promessa. La promessa che la Storia restituisca loro la felicità che si meritano. Abbiamo intervistato l'autore.
D. Com'è nata l'idea per Il gusto proibito dello zenzero? Si è ispirato in qualche modo alla sua storia familiare?
R. Nonostante io sia per metà cinese, non avevo mai affrontato prima d'ora temi asiatici. Penso che la molla iniziale sia stata la morte di mio padre. Quando lui è mancato, ho cominciato a esplorare il periodo storico in cui sono cresciuto. Inoltre mio padre mi aveva raccontato che al tempo di Pearl Harbour aveva dovuto indossare una spilla su cui era scritto ”Io sono cinese“ per evitare che i bambini bianchi pensassero che fosse giapponese, ossia, il nemico. Dal racconto è nato poi Il gusto proibito dello zenzero. Credo di essermi buttato in questa avventura per trovare risposte alle domande che non potevo più fargli.
D. Perché secondo Lei gli europei ignorano l'esistenza dei campi di internamento per giapponesi durante la Seconda guerra mondiale?
R. Credo ci sia una specie di autocensura, un voler dimenticare, ma senza malizia. Durante la guerra numerosi giornali non avevano il permesso di scrivere dei campi di internamento. E questo atteggiamento è stato aggravato dalla comunità nippoamericana per molto tempo dopo la guerra. L'internamento era vissuto come vergognoso e imbarazzante. L'essere stati associati, pur essendo americani, a chi aveva attaccato gli Stati Uniti, era un argomento di cui diverse famiglie non volevano parlare. E la generazione successiva non ne sapeva niente, perché nei libri di storia non era scritto nulla. Il silenzio è durato fino al 1980, quando si iniziò a combattere (e vincere) per le riparazioni di guerra. A quel punto l'argomento non fu più tabù per le famiglie giapponesi. Venne universalmente riconosciuto che si era trattato di una cosa sbagliata.
D. Il razzismo è uno dei mali più grandi della nostra società e sembra impossibile da distruggere. Lei cosa ne pensa? È ottimista o pessimista al riguardo?
R. Il razzismo nasce dall'ignoranza. Dal tenere conto solamente delle differenze culturali ignorando le somiglianze. È un equilibrio delicato, soggetto a difficoltà che esistono ancora e che probabilmente continueranno a esistere. Ma sono ottimista, ho visto tanti cambiamenti in poco tempo. Credo che ci aspettino giorni migliori.
D. Quali sono i personaggi de Il gusto proibito dello zenzero ai quali si è affezionato di più?
R. Oltre a Henry e Keiko, sono molto affezionato a Sheldon e alla signora Beatty. Sheldon è quasi una figura paterna per Henry, ma - al contempo - un amico, un compagno di viaggio e un fratello maggiore. Se Il gusto proibito dello zenzero fosse una favola, si potrebbe dire che Sheldon è la fata madrina di Henry. La signora Beatty, invece, è un personaggio più contraddittorio. Le importa davvero di Henry? Quanto le importa? O è solamente un'opportunista? Mi piace perché inizialmente sembra abbastanza semplice, ma sotto sotto c'è molto di più.
D. Ne Il gusto proibito dello zenzero, colpiscono le bellissime descrizioni della Seattle degli anni Quaranta: i jazz club, i quartieri della città e gli edifici. Come ha raccolto tante informazioni?
R. Amo la Seattle della Seconda guerra mondiale. Se si guarda oltre il nuovo contesto urbano, i palazzi e le facciate di allora sono ancora lì. Mi sono imbattuto in numerose cartine dell'epoca e le ho confrontate con le foto d'archivio del Wing Luke Asian Museum. Sono stato anche all'hotel Panama. Nel romanzo c'è un personaggio realmente esistito, Oscar Holden, il proprietario del jazz club. Una figura di grande rilievo nel panorama del jazz di Seattle. Sua figlia Grace si esibisce ancora lì. Ho veramente cercato di vivere e respirare in quelle strade, prendendo appunti su qualsiasi cosa.
D. Crede che l'amore possa superare le differenze culturali?
R. Penso che l'amore trascenda le differenze culturali, ma non è facile. Le consuetudini sociali e le aspettative familiari sono un fardello pesante se portate in una relazione. Questo è particolarmente vero per Henry e Keiko, che provengono da famiglie così forti e determinate. Se sai amare senza aspettative, senza condizioni, senza egoismo, queste differenze, che all'inizio sembrano montagne invalicabili, dimostrano di essere in realtà delle piccole colline.
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