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Palpebre è un incalzante viaggio verso il centro dell'orrore e del mistero. L'autore, Gianni Canova, esplora, con una radicalità e una violenza estreme, le ossessioni del nostro tempo - il sesso, lo sguardo, le trasformazioni dei corpi - offrendoci lo spaccato di un mondo in cui le fantasie più oscene diventano realtà. Palpebre costringe il lettore a guardare la realtà con occhi diversi. È lo sguardo l'elemento perturbante. Basta uno sguardo, infatti, per cambiare - nel bene o nel male - un destino; come quello che Giovanni Vigo posa su una donna, giovane e troppo bella, che attira uno sconosciuto nei bagni dell'Università Statale. Questo sguardo lo spinge a seguirla, ed è così che Vigo diventa l'unico testimone di un omicidio che non lascia tracce. Quando viene ritrovato il cadavere dell'uomo, orrendamente mutilato, Vigo chiede aiuto all'amico Simmel, cronista di nera, e ben presto i due si trovano alle prese con una pericolosa organizzazione che traffica cadaveri e video pornografici. Abbiamo rivolto alcune domande all'autore.
D. Si può definire Palpebre un romanzo di genere? E se sì, in che genere ambisce a essere collocato?
R. Sicuramente sì. Palpebre vuol essere un romanzo di genere. Meglio: un romanzo multigenere. O plurigenere. Dentro, insomma, quella deriva dei generi che connota sempre più la contemporaneità narrativa. Non a caso, mescola il noir, il thriller, il romanzo storico e - soprattutto nel finale - anche l'horror. Ho lavorato molto sull'intreccio. Volevo che l'identificazione del lettore scattasse non con questo o quel personaggio, ma piuttosto con l'istanza narrativa, con la progressione micidiale di quella ”discesa all'inferno“ che coinvolge - loro malgrado - un po' tutti i personaggi. Volevo una storia dal ritmo travolgente, compressa e irreversibile, di quelle che ti lasciano senza fiato.
D. Come è nato il titolo? Quali echi, riferimenti o allusioni vorrebbe suscitare un titolo come Palpebre?
R. L'orrore di cui si parla nel romanzo è legato allo sguardo. È legato a ciò che vediamo, all'uso che facciamo di ciò che vediamo, al nostro rapporto con le immagini. E le palpebre sono appunto il sipario dell'occhio. Sono una soglia, un confine, e nello stesso tempo una possibile protezione. Il protagonista di Palpebre, Giovanni Vigo, all'inizio del romanzo, tiene un seminario sul XVII canto del Purgatorio: quello in cui gli invidiosi sono puniti con la pratica dell' ”accigliatura“, cioè la cucitura delle palpebre con il filo di ferro. Ho l'impressione che oggi siamo un po' tutti ”accigliati“. Quanto più guardiamo, tanto meno siamo capaci davvero di vedere. Vediamo sempre e soltanto ciò che già pensiamo, non riusciamo più a pensare a quello che vediamo.
D. Perché Palpebre è stato ambientato nel 2004?
R. Perché lo ritengo un anno cruciale. Molto più del 2001 delle Twin Towers. È nel 2004 che l'attentato dell'11 settembre comincia a produrre i suoi frutti più avvelenati e a generare il cosiddetto ”scontro di civiltà“. Palpebre si svolge fra l'uscita in sala di ”Kill Bill vol. 2“ di Quentin Tarantino e le feroci decapitazioni degli ostaggi occidentali in Iraq da parte di gruppi armati fondamentalisti. È in quei giorni allucinati che Giuliano Ferrara su ”Il Foglio“ e Vittorio Feltri su ”Libero“ decidono di pubblicare le immagini delle teste mozzate delle vittime. Lì scatta il conflitto. Lì i media cominciano a urlare circa il pericolo di un ritorno della barbarie. Tutto vero. Ma in Italia succede di peggio. C'è una Milano di nuovo appestata, e c'è una fuga verso l'Adda che non è detto porti alla salvezza.
D. Il riferimento è a Manzoni, evidentemente. Ma nel libro un altro nome che emerge con forza è quello di Scerbanenco.
R. Non c'è dubbio. Ritengo che Scerbanenco sia in assoluto lo scrittore in lingua italiana che meglio ha saputo rappresentare la violenza del processo di modernizzazione che ha travolto e cambiato Milano negli anni Sessanta. Quando ho cominciato a scrivere Palpebre, mi sono chiesto come avrebbe raccontato lui - con quel tanto di ”brutalismo“ che a me piace nella sua scrittura - la Milano e l'Italia di oggi.
D. Lei esordisce come romanziere a cinquant'anni. Perché una vocazione narrativa così tardiva?
R. Palpebre mi covava dentro da quasi vent'anni. L'immagine centrale del romanzo, mi ossessionava da tantissimo tempo, ma soltanto di recente ho potuto dedicarmi alla scrittura di questo libro. Inoltre, il mio maestro all'università, mi diceva che bisogna avere un'idea di società matura e sperimentata per scrivere un romanzo. Ora, a cinquant'anni passati da un po', questa idea credo di averla, assieme all'urgenza di urlare l'orrore che suscita in me un certo tipo di mondo e di società a cui si stanno assuefacendo in tanti. Palpebre per me è come un urlo.
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