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È un'autentica passione per l'India quella che emana da Suggestioni indiane di Giuliano Boccali, docente di Indologia e autore di moltissimi libri. Il suo interesse si rivolge in particolare alla letteratura indiana e ancora più in particolare alla poesia classica, ma poi, partendo dal Mito e attraversando le grandi filosofie dell'India, "l'idea di natura" e l'origine del cosmo, senza trascurare la sensualità dello spirito indiano, i testi raccolti nel libro arrivano fino a problematiche come la non-violenza e il sistema delle caste. La variegata profondità degli argomenti si rispecchia in una lievità di scrittura che rende il libro godibilissimo oltre che ovviamente prezioso per chi studia l'India o anche semplicemente l'ama o aspira a visitarla. Il nostro direttore ne ha parlato con lo stesso autore.
Mario Biondi Come è nata la passione che traspare evidente da Suggestioni indiane, come del resto da tutti i suoi libri? Sono venuti prima i viaggi o prima gli studi, la cultura?
Giuliano Boccali È venuta senz'altro prima la cultura. Io mi sono laureato in lettere antiche, e per l'esattezza in linguistica indoeuropea con un maestro come Vittore Pisani, e per oltre un decennio mi sono dovuto occupare di avestico e antico persiano. Purtroppo, però, di quella cultura non è rimasto niente nell'ambito della poesia, che è il mio principale interesse, per cui con il sanscrito imparato da Vittore Pisani ho cominciato a studiare e tradurre i poeti indiani classici. Finché nel 1984 ho vinto un concorso per una cattedra di Indologia, e a quel punto agli studi hanno cominciato ad affiancarsi i viaggi in India.
MB. A proposito di viaggi in Oriente, io ho una teoria, ovvero che noi che andiamo da quelle parti ci dividiamo in due grandi categorie: quelli che vanno a nord e quelli che vanno a sud dell'Himalaya. Che cosa ne pensa?
GB. Penso che sia vero. Coloro che frequentano l'India (sud dell'Himalaya), infatti, detestano la Cina (nord).
MB. E viceversa...
GB. No, non viceversa. Ci sono persone che amano entrambi i paesi, ma in genere partono dalla Cina.
MB. Infatti, io, pur avendo visitato sette volte la Cina e mai l'India, aspiro con ardore a conoscerla. In Suggestioni indiane lei scrive: «L'India del passato spiega la presente, e la attuale illumina quella passata». Ce lo può spiegare?
GB. L'India è l'unica grande civiltà che non ha subito fratture. Quelli che sono stati per l'Occidente la caduta dell'Impero romano e la ricostruzione dell'intera civiltà sui valori del Cristianesimo, e poi l'Illuminismo, che ha liquidato il Medioevo, là non ci sono stati. C'è al contrario stata un'ininterrotta continuità, che ha consentito l'assunzione di elementi nuovi, ma sempre sotto il rigoroso controllo della classe brahmanica, quelli che noi chiamiamo i "bramini". In India non ha valore — in pratica non esiste — ciò che non è accreditato da una tradizione, che deve necessariamente risalire al Mito o perlomeno a un'antica leggenda. I brahmani sono i controllori e i garanti del nuovo, ammesso a inserirsi nel vecchio soltanto in quanto a esso conforme.
MB. Capisco molto bene questo concetto del nuovo che dev'essere omologato all'antico, ma mi è molto meno chiaro come possa essere il nuovo a "illuminare" il vecchio.
GB. Adesso si vede vissuta in maniera autentica, "per strada", una realtà che altrimenti si sarebbe soltanto potuta leggere nei poemi antichi. Quello che era nell'antichità il codice di comportamento tra uomo e donna, per esempio, diventa perfettamente comprensibile quando lo si vede ripetere pari pari, severissimo, tra individui che vivono oggi. Se giri per Atene, non vedi due giovani che si corteggiano come si leggerebbe in Aristofane, per modo di dire. In India invece lo si vede. Una mia allieva italiana è stata multata in un parco di Delhi perché stava SEDUTA TROPPO VICINA al suo compagno indiano. Ed era la fine degli anni Ottanta, non qualche secolo fa. Il codice è rimasto quello antico, la seduzione deve ancora oggi passare per quelle occhiate che nel V secolo Kalidasa definiva "lunghe come sciami di api". Splendida espressione, e queste occhiate le si capisce fino in fondo soltanto vedendole scoccare oggi come dovevano essere allora.
MB. Può citare per i frequentatori del "Portale del Romanzo" qualche esempio nella narrativa di oggi di questo illuminarsi di passato e presente?
GB. Secondo me i romanzi di Vikhram Chandra, con la loro struttura, che è tipicamente indiana e che definisco "a matrioske", cioè una storia dentro un'altra storia e un'altra ancora e così via. In Chandra ho contato sette gradi di incasellamento, tutti tesi a giustificare la vicenda secondo i criteri della tradizione. Guardi che per la cultura indiana la narrazione è realtà. Mi spiego: se io la incontro e le chiedo "che cosa ha fatto ieri pomeriggio?", lei mi risponde "su di me ieri pomeriggio si racconta questo". Per gli indiani, raccontare e anche ascoltare storie è meritorio dal punta di vista del "karman".
MB. Ho sentito bene? "Karman" con la "n" in fondo?
GB, Sì, certo, la forma "karma" che viene usata comunemente è il nominativo del tema archetipico "karman".
MB. Qual è stata (ed è) l'importanza della matematica nella cultura indiana?
GB. Grandissima, a partire dall'invenzione del "numero Zero", che è un concetto buddista: il vuoto.
MB. Infatti. Lo "Zero" è il nemico dell' "Uno", lo mette sempre in crisi: a seconda dei casi lo annienta (moltiplicazione), facendolo diventare anch'esso "zero", oppure (divisione) lo fa esplodere in una dimensione ineffabile, "tendente all'infinito". È una delle vicende più affascinanti e al tempo stesso oscure della scienza. Secondo alcuni, però, lo "Zero" avrebbe viaggiato dalla cultura greco-mesopotamica verso quella indiana e poi sarebbe tornato indietro.
GB. È possibilissimo. Quante cose hanno viaggiato verso l'India con Alessandro Magno? Si parla di "novellistica indiana" come fonte della nostra, ma i soldati del macedone, la sera, nei loro accampamenti, non avevano la tv: si raccontavano e si facevano raccontare "novelle".
MB. E la non-violenza, cui lei dedica pagine molto belle di Suggestioni indiane? C'è davvero? A leggere i giornali, un giorno brucia un tempio indù e il giorno dopo saltano per aria un paio di moschee, per non parlare dei sikh, e dei tamil...
GB. La non-violenza è uno dei quattro capisaldi dell'induismo. Un altro è la verità: ciò che è vero è esistente. Gandhi addirittura ribalta questo concetto: la menzogna è il non-esistente. Perciò bisogna essere non violenti. Nel caso di una legge iniqua è giusto ribellarsi, ma senza sottrarsi alla punizione, perché questa sarebbe falsità, dunque una corruzione della giusta ribellione.
MB. Questi sono livelli eccelsi di filosofia e coscienza civile, ma, insisto, a livello popolare la non-violenza è praticata davvero?
GB. Nelle campagne dell'India lo è senz'altro, e si tratta di 750 milioni di persone. Ma la politica è un'altra cosa, i suoi fini non coincidono necessariamente con quelli di verità e non-violenza. È molto più facile manipolare lo scontento, deviandolo contro chi è diverso — di lingua, di pelle, di religione —, che redistribuire in maniera equa il reddito nazionale...
MB. Be', succede da diverse parti...
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