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L'uccisore di seta è un thriller storico ambientato sul finire del '500 in una Genova flagellata dalla peste. Lorenzo Beccati rispolvera per l'occasione il personaggio di Pimain, di professione ”guaritore di maiali“. Pimain ha una straordinaria abilità nell'entrare in empatia con gli animali, ma è anche in grado di risolvere gli enigmi più intricati grazie a capacità deduttive fuori dal comune. L'uccisore di seta è la sua terza e ultima indagine. Scampato per miracolo alla peste, il guaritore si troverà coinvolto, suo malgrado, in un duplice caso che ne metterà in pericolo la vita. Un misterioso assassino sta mietendo vittime tra i tessitori di seta. La brutalità degli omicidi è tale da far supporre l'esistenza di una Creatura Oscura di natura soprannaturale. Mentre il panico si diffonde nel convento di Belvedere - dove sono rifugiati tessitori e tintori - un ladro si appropria dell'oro del Doge. Pimain avrà il compito non agevole di fermare la mano omicida e di ritrovare la refurtiva per conto della Serenissima Repubblica di Genova. Abbiamo rivolto alcune domande all'autore.
D. L'uccisore di seta è, al contempo, un grande affresco storico e un giallo costruito su due enigmi da risolvere. Si è divertito maggiormente nel ricreare l'atmosfera dell'epoca - il sistema di potere, la realtà economica, la peste - o nell'ideare i casi investigativi e le relative soluzioni?
R. L'affresco storico della città di Genova mi viene dal profondo, dalle scarpe consumate sul porfido dei carruggi, dagli occhi curiosi di me ragazzo. Raccontare di quel tempo mi è stato naturale. La Storia mi avvince con prepotenza. Altro è scrivere la trama gialla che porta all'inevitabile soluzione del mistero. È una parte estremamente delicata che pretende equilibrio. La cosa più difficile è il dosaggio della ricetta. Un indizio in più e la trama diventa insipida e poco appetibile o al contrario salata e indigeribile. Io sono un cuoco scrupoloso perché ho clienti esigenti dal palato fine.
D. Che cosa rappresentava la seta per la Genova del '500?
R. Nel '500 la seta era una delle attività più importanti della Repubblica, al pari del commercio per mare. È stato stimato che erano impegnate nell'arte della seta, commercianti o artigiani, almeno una persona su tre dell'intera popolazione. In Europa, ogni magistrato non poteva dirsi arrivato all'apice della sua professione se non indossava una toga di velluto nero di Genova. Cardinali, notabili, Dogi agognavano le vesti di seta prodotte nella Superba, vero e proprio status symbol dell'epoca. La seta era talmente preziosa che con trenta metri di panno si potevano acquistare tre poderi di terra buona. Chi veniva trovato a falsificare la seta poteva essere condannato a morte o al taglio del naso. Quando si dice la certezza della pena. I reati erano così numerosi che vi era un magistrato della seta.
D. La duplice indagine di Pimain è inframmezzata da frequenti flashback che ci offrono interessanti scorci del suo passato da soldato. Pimain è un disertore, ma questa sua condizione non costituisce un marchio di infamia, direi anzi che è una nota di merito. È corretto dire che l'insensatezza della guerra è uno dei temi più importanti della serie?
R. La guerra è un'assurdità tutta umana. Pimain il disertore abbandona le armi non per salvarsi la vita ma perché ha capito che la violenza non ha mai giustificazioni. Si può essere eroi senza eroismi.
D. Pimain è un personaggio di grande umanità, ma spesso insofferente verso i suoi simili. La caratteristica che meglio lo connota è forse il rapporto privilegiato con la natura, con il cane Mat e, soprattutto con i maiali. Vuole raccontarci la genesi di questo personaggio? Perché ha creato un rapporto quasi simbiotico tra il suo eroe e i maiali?
R. Alla fine dei miei romanzi sul guaritore scrivo che ”solo la parte dei maiali è davvero autobiografica“. Quando ero piccolino - non avevo neppure un anno - i miei genitori che erano braccianti, non sapendo a chi lasciarmi per andare a lavorare nei campi, mi chiudevano nella porcilaia fino a sera. Io forse mangiavo con loro, forse giocavo, forse comunicavo. Come siano andate le cose non lo ricordo con precisione, so soltanto che in vita mia non ho mai mangiato la carne di esseri viventi e non è certo stata una scelta filosofica vista l'età. Fatto sta che i porci non mi hanno mangiato come si sente dire accada spesso. Per sdebitarmi, ho pensato di mettere i maiali al centro dei miei romanzi. Nelle mie pagine i porci sono gli unici davvero innocenti ed è a loro che Pimain l'indagatore rivolge le sue simpatie, preferendoli agli uomini.
D. Mi hanno molto colpito le pagine dedicate alla preparazione della theriaca, forse perché sintetizzano bene le credenze e le pratiche magico-superstiziose in auge a quei tempi. Era davvero un affare di stato la preparazione di quel farmaco?
R. La theriaca era un portento che secondo le credenze dei dotti e degli speziali era in grado di curare ogni malattia. Infallibile soprattuto con qualsivoglia tipo di veleno. La ricetta era un vero e proprio segreto di stato e prevedeva l'impiego di almeno sessanta ingredienti. La preparazione di questo polifarmaco avveniva in pubblico e sotto la sorveglianza delle autorità per scongiurare sofisticazioni. Spesso c'erano persone che spacciavano per theriaca un intruglio di loro fabbricazione, facendo lauti e illegali guadagni. Per i falsificatori e spacciatori di theriaca c'era la tortura e la pena capitale. La theriaca ha avuto così tanto credito che molti farmacisti la producevano e vendevano ancora nei primi anni del 1900.
D. Pare che L'uccisore di seta sarà l'ultimo libro con Pimain come protagonista. Perché considera chiusa questa felicissima parentesi narrativa?
R. Come da apposita fascetta del mio nuovo libro, L'uccisore di seta è l'ultimo episodio della trilogia. Se tra qualche anno il guaritore di maiali verrà a tormentare i miei già precari sonni, vedremo. Ora ho tra le mani e i tasti del computer altre storie. Non ho ancora deciso se rimanere nel 1500 con un'indagatrice donna rabdomante così indifesa da non sembrare una minaccia, oppure trasferirmi alla fine del 1800 a Parigi in un ospedale dove erano ricoverate ben 5000 isteriche. Vedremo. Se vi va vi tengo informati e io vi chiamo complici.
Intervista a cura di Marco Marangon
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