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È appassionante e appassionata la trama del romanzo La formula Stradivari, dello scrittore basco Iņaki Biggi. Il commissario Pablo Herrero, indagando su un violento caso di omicidio avvenuto a Madrid, si imbatte in una complicata e misteriosa storia che ha inizio a Cremona nel 1680 e che ha come protagonista il famoso liutaio Antonio Stradivari. Al grande maestro venne infatti commissionata in gran segreto, dai vertici ecclesiastici, la costruzione di dodici violini. Un compito lungo e faticoso per Stradivari, che morì senza poter rivelare la ragione del misterioso e inquietante incarico. Per il commissario Herrero l'indagine sul primo efferato assassinio non sarà che l'inizio di un complesso lavoro di ricerca e ricomposizione di una serie di tasselli che gli permetteranno di venire a capo di una vicenda legata a un gran numero di personaggi, legati fra loro da non sempre facili vicende storiche e personali. Abbiamo avuto il piacere di incontrare l'autore e di rivolgergli alcune domande.
D. Non è certo un pretesto l'indirizzo musicale da lei scelto come filo conduttore del suo romanzo: ci sembra quasi una sua necessità esistenziale. Quale posto occupa e quanto conta allora la musica nella sua vita?
R. Pur amandola molto, la musica non occupa un posto particolare nella mia vita. Con La formula Stradivari volevo essenzialmente parlare del suo potere. Sappiamo infatti che certe melodie calmano i nervi, oppure esercitano un'influenza sugli animali. Allora mi sono chiesto se la musica sia soltanto una forma di intrattenimento oppure se il suo potere vada oltre. Questa è l'idea che sta alla base del mio romanzo.
D. Perché la scelta è caduta su Stradivari e sui suoi violini?
R. Perché Stradivari riuniva in sé tutte le caratteristiche necessarie per approfondire il tema che volevo trattare. Innanzitutto, mi ha sempre incuriosito la leggenda della perfezione del suono dei suoi violini, perfezione che altri liutai della stessa epoca non hanno raggiunto. Sembra addirittura che, con il tempo, questo suono diventi migliore. Così Stradivari è diventato un personaggio universale, tutti lo conoscono, e le molte teorie sul suo lavoro accrescono l'interesse per l'argomento.
D. È molto interessante la struttura del suo lavoro, in particolare i titoli dei capitoli, ognuno dei quali è affidato a un illustre personaggio: da Giuda a Giuseppe, da Neftalì a Ruben. Quale prospettiva di lettura questi signori vogliono premettere alle pagine successive?
R. I dodici capitoli corrispondono ai dodici violini ricercati nella storia. Dodici sono anche i figli di Giacobbe che hanno fondato le dodici Tribù di Israele. Il perché è implicito nella trama, quindi è meglio lasciare al lettore il piacere di scoprirlo.
D. Sono molte, e belle, anche le citazioni. Alla fine o al principio di ogni capitolo, sembrano indurre il lettore a fermarsi e pensare, riflettere, interrogarsi. Era questo il suo scopo?
R. Come ho detto, il romanzo parla dell'armonia della musica. Con le citazioni ho voluto riportare quello che grandi intellettuali di ogni tempo pensavano su questo argomento. Mi interessava illustrare ciò che la musica rappresentava per loro.
D. Quella del commissario è un po' la figura centrale in ogni giallo che si rispetti. Nel caso del suo commissario, Pablo Herrero, possiamo riscontrare qualcosa del suo autore, magari nel modo particolare che ha di porsi, nel metodo di lavoro che applica, nell'etica che lo contraddistingue?
R. Con questo personaggio ho cercato di ritrarre un poliziotto dal volto umano, che vada al di là dell'immagine convenzionale che possiamo avere, cioè di un individuo freddo e distante, preoccupato più di trovare una soluzione ai casi, che non a soffermarsi sul problema che questi casi rappresentano. Di me, forse, c'è la semplicità, l'immediatezza e il fatto di elaborare autonomamente le regole senza seguirle in modo passivo.
D. Nella lettura de La formula Stradivari si è rapiti dai personaggi che lo animano e dai tanti luoghi in cui la storia si muove. In che modo lei vive, come uomo e come scrittore, la vicenda di ognuno di loro?
R. Mi interessava soprattutto allontanarmi dagli stereotipi classici dei personaggi romanzeschi: l'uomo bello, intelligente e ricco che incontra una donna bella, intelligente e ricca. I miei personaggi permettono ai lettori di identificarsi con loro, sono più verosimili. Quindi, anche se la trama è poco convenzionale, i personaggi si avvicinano alla ”gente comune“ e credo che questa combinazione possa contribuire a rendere il libro più accattivante.
Intervista a cura di Iaia Barzani
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