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Delio Curbaga jr. tossicchiò, quasi a darsi una rassettata nell'intimo, e infine appoggiò il dito sul lucidissimo pulsante di ottone del campanello. Essere invitati dalla contessa di Valfresca non era veramente cosa di poco conto. Certo, il suo nome - per l'appunto Delio Curbaga jr. - nel mondo della poesia, dopo la pubblicazione di Noumeno da parte delle piccolissime ma battagliere Edizioni Sht, cominciava ad avere una discreta rinomanza, ma era ben consapevole di avere ancora moltissima strada da fare. Tuttavia un invito di Delfina di Valfresca non era cosa da sottovalutare, soprattutto in una serata del genere: l'Ultimo dell'Anno.
Delio Curbaga jr. salì servendosi dell'ascensore in legno antico con divanetto in velluto rosso, un po' traballante ma molto decorato e silenzioso. In un certo senso gli parve di aleggiare dondolando verso la Fama. Avrebbe avuto da raccontarne, nella sede della banca di interesse nazionale presso il cui ufficio studi - in attesa della Fama - lavorava. Catapultato nel cuore della Grande Società.
Attraversato il vasto terrazzo, ornato di fitte verzure che lo facevano assomigliare a una giungla amazzonica, Delio Curbaga jr. si affacciò attraverso la grande porta a vetri sul famigerato ”salotto di Delfina“. Gli parve, in un certo senso, di avere il cappello in mano. Una specie di Renzo Tramaglino privo solamente dei capponi.
Ma la voce calda e perfettamente modulata della padrona di casa bastò a scaldargli il cuore. Quando mai una donna, nella sua breve vita, gli aveva rivolto un «Venga, caro Curbaga, venga!» così perfetto sotto il profilo del tono e della melodia? Seguito da un: «Che piacere averla a casa mia! » che gli fece balzare il cuore in petto come una trota nell'acqua bollente. Che deliziosa signora! Che educazione perfetta! Che... bella donna! Inoltre, mentre rispondeva con acconce espressioni alla signorilissima accoglienza, l'occhio gli cadde su una pila di libri sopra un elegante tavolino: in cima, ma proprio in cima, c'era una copia di Noumeno delle battagliere Ed. Sht. Il suo cuore fece una seconda capriola, ormai lesso.
«Venga, venga», continuò la contessa. «Voglio presentarle un po' di gente. Non i banchieri, naturalmente, che lei certamente già conosce, da vecchio lupo di mare del monetarismo qual è. Né i nostri capitani d'industria (ecco là la signora Paillard, l'ingegner Saponaria e il cavalier Pipidoro). No: desidero che lei, qui in casa mia, incontri i suoi simili, i rappresentanti della cultura, delle lettere, della poesia, delle arti. Eccole la giornalista Benedetta Cailler, il columnist Sal De Terlese, il famoso critico neodanubiano Pierfilippo Lampagioni. Eccole, infine, Max Eleganter e Ispirato Furioni.»
Delio Curbaga jr. si sentì piegare le gambe. Max Eleganter! Avrebbe dato la vita per poter mettere una sua incisione in copertina di un futuro libro. Quanto a Ispirato Furioni, be', dopo la pubblicazione del fondamentale saggio Psicoanalisi e ulcera. Destini del narratore, nel mondo delle lettere era ormai una leggenda, e avere una sua recensione...
Ispirato Furioni si rivelò all'altezza della sua fama di impeccabile uomo di mondo. «Carissimo Curbaga», disse infatti, arrotando bonariamente la erre e scrollando la nobile testa completamente glabra: «che piacere conoscerla di persona. Ho letto... ho letto... saprò dirle, poi, in privato... Comunque... ehm, bravo, bene...» E tese una mano perfettamente curata. Una mano che poteva innalzare alle stelle o gettare alle belve intere generazioni e scuole di poeti e narratori.
«Si sieda, caro Colbacchi, si sieda, si metta qui con noi», lo invitò a quel punto il pittore Max Eleganter, con un tono così squisitamente urbano che Delio Curbaga jr. non ebbe cuore di correggergli la storpiatura del cognome. Misterioso personaggio, Max Eleganter aveva età e origini che si perdevano remote nelle steppe della Bessarabia e della Tartaria, se non dell'Alta Bergamasca. Trascorrendo egli, inoltre, la vita tra Milano, Parigi e New York, il suo italiano ne aveva desunto una struttura per così dire a patchwork, un comporsi e sfumarsi di diversi accenti che conferiva al suo dire un'eleganza senza pari.
«Si intende di cose chic, caro Colbacchi?» continuò per l'appunto Max Eleganter...
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