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Milano, oggi. Aperitivi, lavoro, soldi... noia. Eugenia e Simone, restauratori, ossessionati dall'idea della conservazione del bello; Andrea, di professione gigolo, che con le belle donne ci va a letto. Ciascuno di loro ha un sogno, che tenta di inseguire prima che esso venga divorato dal grigiore quotidiano. Così Simone molla tutto e va a Cuba, Andrea compra una barca, mentre Eugenia tenta la fuga da se stessa. Un triangolo sentimentale, tre illusioni, tre modi di scappare di fronte al vuoto, a una realtà che non soddisfa e che opprime. Non resta che farsi curare dai propri sogni, e averne cura. Sogni utili forse, o forse indispensabili, ma solo a condizione che non si avverino. Una storia raccontata nel romanzo La cura dei sogni da Paolo Bianchi che Infinitestorie.it ha intervistato.
D. Giornalista, traduttore, consulente editoriale e scrittore. La scrittura fa parte della Sua vita a tutto tondo e in forme diverse. Come vi è approdato e che cosa rappresenta per Lei?
R. Ho cominciato a pubblicare articoli nel 1983, prima ancora di iscrivermi all'università. Prima su giornali locali, poi, dopo la laurea, su riviste patinate di viaggi e natura. Da dodici anni scrivo su un quotidiano nazionale, ma ho collaborato con decine di testate. Il tutto senza essere raccomandato da nessuno e senza appartenere a corporazioni politico-salottiere. Quello che so fare l'ho imparato quasi tutto da solo. Quando ho iniziato a lavorare, negli anni Ottanta, non c'erano già più maestri disponibili. Bisognava molto arrangiarsi, come anche adesso del resto. Per fortuna ho trovato due o tre bravi professionisti che mi hanno fatto da ”tutor“. E oggi, per i giovani, è ancora più difficile. La scrittura ormai per me è un mestiere, con le sue soddisfazioni e le sue frustrazioni. Tutto sommato, però, è un gran bel mestiere. Nella cosiddetta ”società dell'immagine“, o meglio ”della comunicazione“ chi sa scrivere è diventato un essere raro e in via di estinzione, però abbastanza utile. Come i falegnami e gli ebanisti .
D. Il titolo del Suo romanzo sembra suggerire che si devono coltivare i propri sogni. E‚ così? Bisogna occuparsi o piuttosto preoccuparsi dei propri sogni?
R. Bisogna occuparsene senza che si trasformino in vane illusioni. Si ricorda il Gatto e la Volpe di Pinocchio? La mia maestra, oggi anziana, ma sempre in gran forma, me lo ha fatto leggere quando avevo otto anni, e non me lo sono più dimenticato. Oggi sono la tv e la pubblicità (che sono praticamente la stessa cosa) a vendere illusioni. E anche i giornali, perlomeno certi giornali. Perciò io mi preoccupo dei miei sogni quando sento che vanno troppo al di là delle mie possibilità reali.
D. I protagonisti del Suo libro inseguono sogni diversi: Simone desidera partire per Cuba, Andrea vuole comprarsi una barca, Eugenia cerca di fuggire da se stessa e dalla propria imperfezione, ma sono accomunati da un unico desiderio: lasciarsi alle spalle l‚oppressiva realtà che li circonda e l‚insoddisfazione della propria vita. Sono davvero tutti così i trentenni di oggi? Esiste per loro la speranza che le cose migliorino?
R. Più che altro Simone desidera amare Eugenia ed esserne ricambiato, ma la sua è un'illusione. Cuba è la terapia, è una specie di viaggio iniziatico. È, appunto, la cura del suo sogno. Anche agli altri toccherà curarsi, se vogliono guarire. I trent'anni sono una condizione che si presta a questa necessità di passaggio verso l'età adulta. Non tutti i trentenni italiani sono uguali, ovviamente. Il passaggio può avvenire prima o dopo, a seconda delle circostanze della vita e del grado di maturazione individuale. Però deve avvenire. Perciò il romanzo riguarda tutti, in realtà, e tutte le età. Purtroppo viviamo in un tipo di società infantile, dove prevalgono i capricci e un'educazione viziata che tende a illuderci che si possa capire il mondo e se stessi senza soffrire. Magari!
D. Lei descrive una generazione disillusa e annoiata alla continua ricerca di qualcosa: un lavoro soddisfacente, una vita indipendente, l'amore. Come è nata l'idea di darle voce? E in quale personaggio si riconosce maggiormente?
R. Era importante che ci fossero tre punti di vista, cioè tre angolazioni. È servito a dare vivacità e varietà al libro. Andrea, che parla in prima persona, è il più cinico, ma anche il più realista. Gli altri sono osservati da vicino, diciamo, ma in terza persona, da un narratore che sa che cosa pensano, e che li conosce meglio di quanto loro conoscano se stessi. Dietro ci sta un messaggio preciso: la noia e la disillusione in fondo nascono anche da questo, dal non conoscersi abbastanza bene, dal non avere coscienza delle proprie capacità e dei propri limiti. È il frutto di quella delirante cultura del ”vogliamo tutto subito“ che impregnava la coscienza di molti genitori negli anni Settanta (non tutti, attenzione). Io mi riconosco in egual misura in tutti i tre personaggi principali. Più nei loro difetti che nelle loro qualità. I protagonisti sono però quattro, perché c'è anche Desiré.
D. Già, Desiré che sembra essere diversa dagli altri. Si sa poco di lei e delle sue aspirazioni, quasi non si aspetti molto dalla propria esistenza. Sta forse in lei la speranza di un riscatto futuro?
R. In effetti lei è il vero personaggio positivo della vicenda. Una ”dea ex machina“, che offre una possibile soluzione. I ”difetti di funzionamento“ degli altri personaggi li portano irrimediabilmente in una condizione di stallo. È come se facessero fatica a sbloccarsi. Invece Desiré è spontanea, è sciolta, è simpatica, e parla una lingua tutta sua. È probabilmente la più intelligente eppure, come spesso accade nel nostro mondo, non è la più appariscente. Tuttavia, aspettate la fine della storia e vedrete...
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