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Campo di fuoco è il primo romanzo in cui compare il personaggio dello sniper Kane, protagonista di tre libri di Alan D. Altieri. Uscito nelle edicole sul finire degli anni Novanta, Campo di fuoco viene ora ripubblicato in una versione riveduta e aggiornata. Russell Brendan Kane, tenente colonnello del 22° reggimento SAS (Special Air Service), è un letale cecchino. Entrare a far parte del SAS è il sogno di molti, ma soltanto un ristretto numero di soldati possiede le capacità fisiche e psicologiche per superare i terribili test d'ingresso. Chi non si spinge oltre ai propri limiti viene rispedito a casa. Lo sniper Kane è uscito incolume da ogni prova di sopravvivenza, ma il compito che lo attende adesso è di quelli che fanno tremare i polsi. Il nemico da annientare è Xavier Reynaldo Hurtado, profeta della ”religione senza Dio“, una diabolica dottrina che venera il Denaro e il Potere. Con la complicità di alti funzionari e insospettabili uomini politici, Hurtado ha trasformato il Cartello di Palenque nel più vasto e potente impero della droga. Un intero esercito di guerriglieri narcos obbedisce ai suoi ordini. Abbiamo posto ad Alan D. Altieri alcune domande sul suo romanzo.
D. Campo di fuoco è apparso per la prima volta nel 1998. Quali differenze esistono fra le due edizioni?
R. Sono passati ormai sei anni. Nel frattempo molte cose sono cambiate. Mi è sembrato giusto sottoporre il libro a una revisione sistematica per aggiornarlo circa gli scenari del dopo 11 settembre. L'azione è però identica. Non ho apportato alcuna modifica né alla trama né ai personaggi. Ho operato, per così dire, in modo obliquo: non era mia intenzione fornire riferimenti troppo precisi. Non è stata una revisione radicale.
D. Poiché il romanzo è ambientato in larga parte in Messico, in particolare nel Chiapas, mi sarei aspettato almeno un accenno alla figura del Subcomandante Marcos, guerrigliero e intellettuale spesso al centro di vivaci polemiche.
R. La presenza di Marcos è indiretta: mi sono ispirato a lui per il personaggio del Comandante Orozco. Ho fatto svariate ricerche sui guerriglieri zapatisti. I network americani per lungo tempo hanno aperto i loro telegiornali con la questione messicana. Sì, Marcos è una figura straordinaria. In ogni caso, al momento di scrivere il libro, mi sono scordato di tutte le mie ricerche e ho lavorato di fantasia.
D. Si è servito di qualche modello letterario o cinematografico per creare la figura di Russell Brendan Kane?
R. No, ho costruito il personaggio dello sniper in modo del tutto autonomo. Direi piuttosto che alcuni elementi della sua struttura psicologica si ritrovano in persone che conosco. Mi riferisco soprattutto alle contraddizioni. Il fatto che un medico spari alla gente è senza dubbio la più clamorosa. Non credo che il mio sniper abbia qualche debito nei confronti di eroi del cinema. Vero è che il cinema si è occupato spesso dei tiratori scelti. Due esempi che mi vengono in mente sono il film One Shot One Kill, a colpo sicuro con Tom Berenger e Il nemico alle porte ambientato a Stalingrado.
D. Nel romanzo tutto scorre velocemente. L'azione è serrata e anche i dialoghi sono rapidissimi. Lo sniper Kane e lo spotter Ellen si sfidano in continui duelli verbali, che danno colore e vivacità alla narrazione. I dialoghi nascono spontaneamente o sono il frutto di una paziente opera di rielaborazione?
R. Una via di mezzo fra le due cose. L'intera serie dello sniper è composta da libri più brevi di quelli che scrivo solitamente, quando sono afflitto dalla mia inguaribile grafomania. Un po' vengono così, ma accanto alla componente spontanea c'è anche un progetto preciso. E c'è soprattutto la mia esperienza di sceneggiatore cinematografico, che gioca alla fine un ruolo determinante. Nel cinema i personaggi non fanno mai grandi discorsi. Nei libri lo spazio per i dialoghi è maggiore, ma a mio avviso non è opportuno dilatarlo troppo per romanzi di questo tipo.
D. Gode di buona salute l'action thriller made in Italy ? La infastidiscono queste classificazioni e l'etichetta di ”narrativa di genere“?
R. Quello che mi infastidisce è la distinzione tra letteratura alta e bassa. Nella cultura anglosassone si distingue fra fiction e non fiction, narrativa e saggistica. Noi parliamo invece di narrativa di genere e di cultura senza peraltro definire che cosa si intende per cultura. Eco e Baricco producono cultura, Lucarelli e Fois no. Credo che dietro questa impostazione si nasconda una posizione di ridicolo snobismo. Bisognerebbe inoltre ricordare che l'industria editoriale è appunto un'industria e non una fabbrica di cultura. Non si capisce poi perché Ellroy, Grisham e King, che vengono dagli Stati Uniti, sono considerati autori di serie A, mentre Lucarelli, Fois e Barbara Garlaschelli non lo sono. Esiste in Italia un'intera categoria di scrittori molto bravi che sanno fare il thriller d'azione, il poliziesco, il noir, bene quanto qualsiasi autore estero.
D. Lei vive e lavora fra Milano e Los Angeles. Poiché gli Stati Uniti sono per lei come una seconda patria, mi incuriosisce conoscere la sua opinione sull'attuale situazione politica americana. Come vede la guerra in Iraq?
R. Ero e sono tuttora contrario. Quello che sta accadendo è pura follia. Basti pensare che gli USA hanno gettato sull'Iraq due volte il tonnellaggio di esplosivo della seconda guerra mondiale. Secondo stime ufficiose già quindicimila iracheni avrebbero perso la vita e soltanto tremila sarebbero militari. Sorprendersi delle torture è un atto di enorme ingenuità. Esiste un documento - mi riferisco al Patriot Acts II - redatto dall'attuale ministro della giustizia John Ashcroft, che contiene una serie di scappatoie legali, che consentono agli Stati Uniti di non considerare i detenuti come ”prigionieri di guerra“. In questo modo nessuna delle convenzioni internazionali può essere applicata. Svariati membri del Congresso hanno ammesso di non aver nemmeno letto questo documento e di averlo firmato a scatola chiusa. Amnesty e la Croce Rossa affermano che potrebbero esserci fino a novemila detenuti svaniti nel nulla fra Afghanistan, Iraq, Guantanamo e l'isola di Diego Garcia nell'Oceano Indiano. Pensare che gli alti vertici dell'amministrazione americana non sappiano nulla, pensare che tutto questo sia il frutto dell'opera di pochi dementi che si divertono a farsi fotografare in quel modo, è un'ingenuità imperdonabile. È stato tutto pianificato. È così che hanno tenuto in pugno l'America Latina.
D. Quali sono i suoi progetti per il futuro?
R. Quest'anno vorrei scrivere Sniper 4. Alla fine di Sniper 3 si può avere l'impressione che tutto sia finito. In realtà non è così. L'intera serie si comporrà di cinque libri. Lo stesso personaggio potrebbe apparire in una saga successiva, che avrà però una forma leggermente diversa. Sto studiando anche il progetto di una trilogia, o meglio di un libro in tre parti, che si allontanerà un po' dai miei standard. Sarà sempre un libro di Altieri, ma con una prospettiva insolita. Sono volutamente criptico perché non desidero dare troppi dettagli. Sarò poi impegnato in un lavoro di traduzione molto prestigioso, perché riguarderà i due padri fondatori dell'hard boiled, coloro che hanno reinventato la detective story: Raymond Chandler e Dashiell Hammett.
Intervista a cura di Marco Marangon
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