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L'infanzia vissuta in Germania, la guerra, il ritratto di un paese devastato e il ricordo di un padre violento ed enigmatico, che la figlia scoprirà molto più tardi essere stato un istruttore delle SS: questo racconta, in Un bambino piange ancora, Ursula Rütter Barzaghi, autrice tedesca che vive da molti anni in Italia. La sua è la coraggiosa testimonianza colta dagli occhi della bambina che fu allora, durante e dopo il periodo nazista, e che vide la sua storia famigliare intrecciarsi con quella più generale di quegli anni drammatici. Così il tema centrale del libro, ovvero il silenzio, parte da quello vissuto all'interno della famiglia — la totale mancanza di comunicazione tra genitori e figli, le domande che continuavano a affollarsi nella mente della piccola Ursula e la paura di formularle ad alta voce — e diventa emblema del silenzio del popolo tedesco: un atteggiamento per lei ingiustificabile. Ne abbiamo parlato con lei stessa.
D. Quando ha avuto il sospetto che suo padre facesse parte delle SS?
R. Non ne ho mai avuto il sospetto. Siccome da bambina vivevo in una caserma, credevo che mio padre facesse il poliziotto e che fosse passato all'esercito allo scoppio della guerra. Non l'ho mai legato né alle SS né agli atti criminali di quegli anni. È stato parlando con mia sorella Renate, a cui ho sottoposto il mio scritto quando si è profilata la possibilità della pubblicazione, che ho avuto questa rivelazione. Quando io avevo cinque anni, Renate ne aveva dieci, e sapeva più cose di me.
D. A un certo punto, in Un bambino piange ancora, lei racconta che sua Zia Clara, quando era infermiera in un ospizio, aveva sentito parlare di un programma per l'eliminazione delle persone inutili. Quella confidenza è stata importante per la sua comprensione degli eventi?
R. Quell'episodio è stato forse il primo in cui si è parlato apertamente dell'argomento, però io l'ho recepito come il racconto di un fatto personale della zia, non mi sono resa conto della portata di quelle affermazioni. Lei stessa me l'aveva presentato come una disgrazia privata, come la sua grande fonte di paura, anche se mi aveva avvertito di stare attenta a parlare di quei fatti, perché i nazisti erano ancora tra di noi.
D. Chi altri le aveva parlato degli ebrei, visto che a cinque anni conosceva bene i dettagli delle persecuzioni?
R. Non saprei dire chi, ma so che avevo paura di loro, perché potevano anche travestirsi e nascondersi nella nostra caserma. Sapevo che erano pericolosi e che dovevano essere caricati su un treno e portati in prigione. Forse se ne parlava tra noi bambini, ma quelle nostre convinzioni e paure dovevano pur essere state alimentate da qualcuno.
D. Lei rende benissimo l'idea del silenzio che si stendeva sulle colpe dei nazisti. Quale motivazione si è data per tutto ciò?
R. A quell'epoca c'era stato un vero e proprio martellamento sul concetto dell'ebreo pericoloso, perciò anche chi non era disposto alla violenza, secondo me si è trovato coinvolto nell'ingranaggio del nazismo. E poi c'era la paura di andare controcorrente, perché ci si tradiva a vicenda, e c'era il terrore di essere denunciati. Così, alla fine, il coinvolgimento è stato totale. Nel dopoguerra, ho sperimentato il pesante silenzio della mia famiglia, e lo imputo al peso di una coscienza sporca. Io sto parlando delle persone che conoscevo, di gente semplice, ma credo che anche il silenzio che si avvertiva in generale fosse il tentativo di cavarsela nel modo più semplice possibile. Anche per chi era stato esclusivamente a guardare.
D. Oggi crede di essersi riconciliata con il passato o ritiene che ci sia ancora qualcosa di irrisolto?
R. Intanto sono contenta di avere individuato alcune anomalie della mia infanzia, come la mancanza di comunicazione che ha determinato la mia fuga di fronte ai giudizi e alle grandi emozioni. Adesso vorrei conoscere la dimensione della responsabilità di mio padre.
D. Perché?
R. Perché vorrei rispondere a una domanda: come fa un uomo a condurre una vita che si può definire normale, avendo un simile peso sulla coscienza? In fondo, l'unico momento in cui mio padre si è scoperto è stato all'ingresso del campo di concentramento di Dakau, nell'episodio che riferisco alla fine di Un bambino piange ancora. Che cosa gli è passato per la testa in tutti quegli anni?
Intervista a cura di Elena Cristiano
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